Conte incontra la rabbia di Taranto, fino a tarda notte ai Tamburi

TARANTO- Si è immerso nel cuore spaccato di Taranto, si è preso fischi e applausi, ha parlato con tutti dentro e fuori la fabbrica, ha visitato il quartiere Tamburi fino a tarda notte. E ha usato parole chiare: “Non sono venuto con una soluzione pronta in tasca, non ho la bacchetta magica, non sono un supereroe. Quello che posso dirvi è che il Governo c’è e con l’aiuto e la collaborazione di tutti, dell’intero ‘sistema-Paesè, farà di tutto per trovare una soluzione”.

Dopo la lunga giornata con la visita a sorpresa del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, in queste ore si attende un passo di ArcelorMittal, la società franco indiana che ha avviato le procedure per abbandonare Taranto e spegnere il siderurgico, rilevato lo scorso anno, se non verranno accolte le condizioni poste e ritenute inaccettabili dal governo: far allungare dalla magistratura la facoltà d’uso per l’altoforno 2, tagliare 5mila posti di lavoro, ripristinare lo scudo penale. Un dettaglio, quest’ultimo, per Conte: “non me ne importa niente dello scudo penale”, ha dichiarato all’uscita dalla Prefettura.

In attesa dei prossimi sviluppi, in mattinata, dopo lo sciopero di 24 ore indetto da Fim, Fiom e Uilm, alle 7 si è sciolto il consiglio di fabbrica che ieri ha accolto Conte. All’interno dell’ex Ilva, una calma apparente. Fuori le acque si agitano ancora di più, specie tra i lavoratori dell’indotto: una delle aziende ha già avviato la procedura di cassa integrazione per 50 unità lavorative su 56.

“Ho visitato – ha osservato il premier – lo stabilimento, ho ascoltato gli operai, i cittadini, gli esponenti di associazioni e di comitati, gli amministratori locali. Ho voluto questo confronto per capire meglio, per ascoltare le ragioni di tutti. Mi sono confrontato con il dolore di chi piange la perdita dei familiari, con l’angoscia di chi sente di vivere in un ambiente insalubre, con la sfiducia di chi ha perso un lavoro, con l’incertezza di chi ha il lavoro ma non è certo di conservarlo domani”.

Non c’è solo il nodo lavoro, c’è la frattura che a Taranto è diventata insanabile tra quello e il diritto alla salute.

“Noi – ha detto l’operaio Raffaele Cataldi, rappresentante del Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti – diciamo di prendere esempio dall’accordo di programma di Genova. Là è stata chiusa l’area a caldo perchè giudicata incompatibile con la vita umana ed è stata trasferita a Taranto. Noi diciamo di chiudere le fonti inquinanti e reimpiegare gli operai nelle bonifiche”. Ed ancora: “qui ci ammaliamo e rischiamo la vita perchè non siamo in sicurezza. Avete emanato decreti dopo che sono morti nostri colleghi e le loro mogli non sanno quando avranno giustizia”.

Dopo aver incontrato cittadini e portavoce di comitati e movimenti, poi lavoratori e sindacati, Conte ha dialogato anche con il procuratore Carlo Maria Capristo, i sindaci dell’area tarantina e gli ambientalisti. Ai Tamburi, le associazioni gli hanno consegnato copia del ‘Piano Taranto‘, una piattaforma di rivendicazioni che chiede la chiusura delle fonti inquinanti e la bonifica del territorio con il reimpiego degli stessi operai e lo sviluppo di una economia alternativa.

“Ho visto lavoratori – ha detto il presidente del Consiglio – che lavorano ma allo stesso tempo pensano di fare qualcosa di sbagliato e vivono con disagio nella comunità dei parenti che li attacca perchè contribuiscono a tener vivo uno stabilimento che altri in famiglia vorrebbero chiudere. Si deve aprire un cantiere e tutti dobbiamo lavorare per portare contenuti”. E ancora: “Questa è una comunità ferita e non è da oggi che siamo in emergenza. Nel corso di decenni qui si è creata una frattura tra diritto al lavoro e diritto alla salute. Il problema non è ricostruire le colpe, non è escludere l’acciaio o pensare ad altra produzione, qualsiasi investimento deve dare un risvolto socialmente responsabile e sostenibile da tutti i punti di vista. Qui c’è delusione, angoscia, paura. Ma ora c’è rabbia: l’ho vista in faccia alla gente esasperata”.

Non c’era il governatore Michele Emiliano, impegnato a Lecce. Emergenza piena, insomma. E senza soluzioni nell’immediato. Si attende il prossimo passo di ArcelorMittal.

 

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