Strage di Cursi, il giudice: Pappadà personalità dalla caratura criminale

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CURSI – Fu un omicidio premeditato da tempo, senza attenuanti, aggravato anche dai futili motivi. Sono state depositate le motivazioni della sentenza di condanna all’ergastolo da parte del giudice Simona Panzera per Roberto Pappadà, autore della strage di Cursi, avvenuta poco più di un anno fa. Era la sera del 28 settembre 2018: sotto i colpi della pistola impugnata dall’uomo morirono i suoi vicini di casa Francesco e Andrea Marti, padre e figlio, e Maria Assunta Quarta, mentre fu ferita Fernanda Quarta, vedova di Francesco.

Il giudice ha descritto Pappadà, alla luce dei fatti e delle ricostruzioni, come un uomo dalla personalità priva di freni inibitori e dalla caratura criminale, che aveva premeditato l’omicidio da tempo, si era industriato per reperire l’arma clandestina, aveva atteso il rientro delle sue vittime. Una decisione maturata in ben due anni, come ha dichiarato lo stesso omicida, con la scelta di quel giorno puramente casuale, senza alcun fatto “scatenante”. Un lasso di tempo, tra l’insorgenza del disegno criminoso e la sua attuazione, apprezzabile, tale da consentire una ponderata riflessione circa l’opportunità del recesso,che poi non è avvenuta.

E poi le aggravanti dei futili motivi : contrasti di vicinato legati all’occupazione dei parcheggi. Il giudice ha respinto il riconoscimento dell’attenuante generica invocata dalla difesa: quella dell’aver agito su “provocazione o stato d’ira”. “Avrebbe dovuto avere come presupposto- scrive il gip- quello che si chiama il “fatto ingiusto altrui”, oggettivamente provato, inteso come effettiva contrarietà a regole giuridiche, morali e sociali . E cosi non è: il parcheggio nei pressi della casa di Pappadà era pubblico, né risulta che abbia mai chiesto un provvedimento che disponesse un parcheggio riservato per la sorella disabile”.

Sono queste le motivazioni che hanno portato il giudice alla condanna all’ergastolo e all’isolamento. “Nessun perdono” avevano dichiarato Fernanda Quarta, ferita nella strage, e Fabrizio Leo, marito di Maria Assunta, il giorno della sentenza. Sono difesi dagli avvocati Arcangelo Corvaglia e Marino Giausa. Pappadà è difeso invece dall’avvocato Nicola Leo che sta valutando un eventuale ricorso in Appello.

 

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