Vino adulterato: 11 arresti e sei aziende sequestrate. 41 indagati

LECCE – Si chiama “Ghost Wine” l’operazione dei carabinieri del Nas di Lecce: vino fantasma, perché quello prodotto in realtà non era vino. 11 gli imprenditori arrestati, 41 indagati in tutto e 6 aziende sequestrate. A firmare le ordinanze è stato il gip Michele Toriello. Disposta la custodia cautelare in carcere per:

Antonello Calò, 64 anni, di Copertino; Giuseppe Caragnulo, 58 anni, di San Donaci; Vincenzo Laera, 38 anni, di Mesagne; Rocco Antonio Chetta, 65 anni, di Lequile; Antonio Domenico Barletta, 56 anni, residente a Lecce; Luigi Ricco, 55 anni di San Ferdinando di Puglia.  Arresti domiciliari per:

Pietro, Giovanni Luca e Cristina Calò, di 26, 50 e 55 anni, di Copertino; Simone Caragnulo, 55 anni, di Copertino;

Antonio Ilario De Pirro, 51 anni, di Nardò.

Disposto il sequestro preventivo delle aziende Agrisalento srl e l’Enosystems srl, entrambe di Copertino, la Megale Hellas srl di San Pietro Vernotico, la C.C.I.B. Food Industry srl di Roma. Tre le associazioni scoperte dai carabinieri nel corso delle indagini che avevano messo su un sistema commerciale illecito che permetteva di ottenere prodotto vinoso a basso costo successivamente commercializzato come prodotto di qualità o addirittura biologico con certificazioni Doc e Igt. La fermentazione alcolica avveniva con miscele di sostanze zuccherine ottenute dalla canna da zucchero e dalla barbabietola. L’indagine è partita proprio dal sequestro di un camion che trasportava zucchero. Il prodotto veniva poi venduto a note ed importanti imprese italiane ed estere. La matrice vinosa veniva quindi ricostruita artificialmente con l’aggiunta di sostanze coloranti e additivi vietati e pericolosi per la saute. Un metodo gravemente lesivo della concorrenza che condizionava la qualità e la peculiarità delle tecniche di produzione tradizionali di un vino. Non solo. Le indagini hanno accertato che molti prodotti europei, spagnoli ad esempio, venivano venduti come italiani e pugliesi.

Il prodotto vinoso era quindi sofisticato. Nel corso delle indagini e delle perquisizioni sono state acquisite vere e proprie ricette per l’utilizzo dello zucchero che permettevano di rendere nuovamente idoneo vino quasi diventato aceto o di cattiva qualità attraverso una nuova fermentazione. Il mosto concentrato rettificato veniva usato anche nell’aceto balsamico di Modena con l’impiego di fosfato monopotassico e solfato potassico, generalmente usati come concime. Gli inquirenti si sono trovati di fronte imprenditori espertissimi che hanno goduto anche di informazioni segrete delle quali venivano invece a conoscenza.

Nell’operazione sono stati sequestrati 30 milioni di litri di vino. Le accuse sono varie e vanno, tra le altre, dalla contraffazione di sostanze alimentari, frode nell’esercizio del commercio, vendita di sostanze alimentari non genuine come genuine,ma anche falso in atto pubblico.

I nomi di tutti gli indagati: Antonio Domenico Barletta di Lecce; Tommaso Vantaggio di Racale; Antonello Calò di Copertino, Giuseppe Caragniulo di San Donaci; Vincenzo Laera di Mesagne; Susanna Calò, di Copertino; Vincenzo Morrone, di Sant’Antimo (NA); Santo Aimone, di Sant’Antimo; Giovanni Aimone, di Sant’Antimo; Vincenzo Bevilacqua, di Capaccio (SA); Rosario Aurigemma, di Pontecagnano Paiano (SA); Giuseppe De Bari di Molfetta; Nicola Suglia, di Noicattaro; Giovanni Tornese, di Copertino; Stefano Troncone di Novoli; Simone Caragnulo di San Donaci; Daniela Gravili di Cellino San Marco, Antonio Caragnulo di San Donaci; Salvatore Mazzotta di Trepuzzi; Renato D’Auria di Ortona; Cosimo Campanella di San Pietro Vernotico; Dario Bardi di Cellino San Marco; Oronzo Pezzuto di Surbo; Antonio De Pirro di Nardò; Antonio De Iaco di Felline; Michele Brattoli di Trinitapoli; Bruno Luciano Damiani di Trinitapoli; Fabio De Pirro di Collemeto; Francesco Libertini di Lizzanello; Roberta Elisabetta Trande di Lecce; Simone Nestola di Copertino; Giacomina Tavani di Altamura; Marta Abbracciavento di Lecce; Francesco Ciotola di Cutrofiano; Antonio D’Oro di Bonito (AV); Giuseppe Dell’Aversana di di Orta di Atella (CE).

Il ruolo del dipendente infedele

Lo hanno definito il “dipendente infedele”. Si tratta di Antonio Domenico Barletta, funzionario dell’ufficio Icqfr di Lecce. Al fine di agevolare gli imprenditori coinvolti, secondo l’accusa,  entrava nei sistemi informatici dell’ICQRF, organo tecnico di controllo del ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali e li avvisava dei controlli programmati per i giorni succesivi. Questo consentiva loro di mettere in ordine la documentazione e le giacenze. Alcuni avevano la possibilità di smaltire il prodotto vinoso in eccesso mediante lo sversamento in pozzi a perdere nelle campagne. L’uomo, con funzioni di polizia amministrativa e giudiziaria, ha violato i sistemi di segretezza.

 

 

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