Ylenia, il papà chiede giustizia. I legali dell’imputato: “Assolto perchè il fatto non sussiste”

QuattroStelle

ALEZIO- “Se non sarà fatta chiarezza, mi darò fuoco davanti al ministero“. Il padre di Ylenia, deceduta a 23 anni, in un incidente stradale nel 2007, alla vigilia del nuovo processo in Appello contro chi secondo lui ha ucciso la figlia, scrive al ministro Bonafede. E se, il padre di Ylenia parla di un processo falsato e corrotto e minaccia di incatenarsi prima davanti alla prefettura di Lecce, poi, se non sarà fatta chiarezza di darsi fuoco davanti al ministero, intervengono i legali difensori di Vittorio Spada, Fabrizio Ferilli e Giovanni Solidoro perchè “nel rispetto del dolore verso chi ha perso un caro congiunto, non sia distorta la verità”. “Con la Sentenza del 19 novembre 2013 la Sezione IV penale della Suprema Corte di Cassazione, in accoglimento del ricorso dell’imputato cassava la Sentenza del settembre 2012 della Corte d’Appello penale di Lecce per difetto di motivazione, “la sentenza impugnata – motiva la Corte Suprema – deve essere annullata con rinvio al giudice civile competente per valore in grado d’appello, in accoglimento dell’impugnazione proposta dall’imputato ai soli effetti civili. Il giudice di rinvio dovrà riesaminare la vicenda processuale al fine di verificare, se ricorrano i presupposti atti a ritenere sussistente la responsabilità civile dell’imputato in ordine all’incidente stradale in cui trovò la morte Ylenia Attanasio”.

In buona sostanza – proseguono i legali – non è assolutamente vero che la questione sulla responsabilità penale dovrà essere valutata nuovamente dinanzi alla Corte d’Appello di Lecce. La pronuncia della Suprema Corte di Cassazione ha definitivamente restituito all’imputato la serenità della verità già emersa nella Sentenza di Primo grado che assolse Vittorio Spada dal reato di omicidio colposo perchè il fatto non sussiste“. I due legali ribadiscono che, con riferimento alla responsabilità nella causazione del sinistro mortale la Suprema Corte ha affermato che fu la 23enne ad effettuare “uno spostamento gravemente imprudente e repentino. L’imputato ebbe a disposizione 0,2 o al più 0,7 secondi per evitare l’impatto. Ed anche ove fosse stato in grado di azionare il clakson, ciò avrebbe coinciso con il momento dell’inevitabile impatto e non sarebbe servito quindi ad evitare la collisione” . “Con ciò – proseguono gli avvocati, la Suprema Corte ha definitivamente sgombrato il campo su chi debba essere addebitata la responsabilità del sinistro. L’epilogo della vicenda penale è l’ultima e definitiva affermazione di verità riguardo ad una vicenda che certamente ha segnato profondamente tutte le parti coinvolte”.

 

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