Niente insegnante di sostegno? Miur risarcirà bimba down

SALENTO- Alla loro figlioletta, affetta da sindrome down, doveva essere assegnata un’insegnante di sostegno per 25 ore settimanali. La scuola non è riuscita sempre a garantire questo supporto. In alcuni mesi, le ha affiancato un docente solo per 12 ore e mezza a settimana, in altri addirittura per sole sei ore e mezza. Quasi mai, inoltre, dall’inizio dell’anno, ma sempre a partire dai mesi successivi. E’ una storia di diritti negati quella che ha spinto due genitori di Taranto a trascinare davanti al Tar di Lecce il Ministero dell’Istruzione e l’Istituto Comprensivo in cui era iscritta la piccola. Formalmente, la richiesta era quella dell’annullamento di una delibera dell’ottobre 2014 e della decisione dell’Ufficio Scolastico Territoriale della Provincia di Taranto del 18 settembre 2015, provvedimenti in cui si fissava, appunto, alla metà il tetto delle ore di supporto scolastico riconosciuto alla bambina.

Sono passati gli anni e la piccola ha frequentato con un sostegno dimezzato. Ma la battaglia per i suoi diritti non si è fermata. Ed è stata riconosciuta, alla fine, con sentenza del 17 dicembre scorso. Magra la consolazione, ma potente il significato alla base della decisione. Il Ministero, infatti, è stato condannato, come già fatto da altri Tar italiani, a risarcire il danno nella misure di mille euro per ogni mese “di mancanza dell’insegnante di sostegno nel rapporto 1:1 per 25 ore settimanali”, con riferimento a quattro anni scolastici consecutivi, da quello 2011/2012 al 2014/2015. Il Miur dovrà rifondere anche le spese legali, mentre viene fatto salvo l’Istituto comprensivo, perché è a Roma che va “imputata la responsabilità generale delle scelte gestionali poi effettuate dalle articolazioni periferiche dell’amministrazione e infine dai singoli istituti scolastici”.

La famiglia ha lamentato, secondo il Tar a ragione, l’esistenza di un danno esistenziale, causato dal fatto che la bambina non ha avuto, in alcuni periodi, la disponibilità dell’insegnante di sostegno o non l’ha avuta nella misura in cui le sarebbe spettata e anche per il fatto che quell’insegnante è spesso cambiato, talvolta anche più volte nell’arco di pochi mesi. Alla fine, insomma, il Ministero dovrà pagare comunque. A fronte di una giurisprudenza già consolidata che non poteva non conoscere, la domanda che sorge spontanea, a questo punto, è perché non abbia speso quei soldi per garantire un’istruzione degna, di cui la minore, riconosciuta disabile grave, aveva tutto il diritto.

 

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