Operazione “Labirinto”: blitz antimafia dei carabinieri tra Lecce e provincia. 33 arresti

SALENTO- “Un gruppo in grado di sparare ma anche di fare impresa”. Così viene descritto dai carabinieri quel che resta del clan Tornese, i cui “eredi” sono stati arrestati all’alba con l’operazione “Labirinto” che ha portato a 33 arresti. Ad agire, i militari del ROS -Raggruppamento operativo speciale- e quelli del Comando provinciale di Lecce, con il supporto del Nucleo elicotteri di Bari e del Nucleo Cinofili di Modugno.

Due gruppi, due capi: Vincenzo RIZZO, operante nell’area di San Cesario, San Donato e Lequile, con influenza anche a Gallipoli, che ha già scontato 21 anni di carcere; Saulle POLITI, attivo a Monteroni, Arnesano, San Pietro in Lama, Carmiano, Leverano, Porto Cesareo. È stato arrestato in un hotel di lusso sulla costiera amalfitana, dov’era in vacanza. L’ascesa di POLITI nel locale panorama criminale si è consolidata con gli stretti contatti con esponenti della cosca ‘ndranghetista “MAMMOLITI” di San Luca, in provincia di Reggio Calabria, che erano pure tra gli invitati al suo matrimonio celebrato nel 2016. Proprio per questo spessore criminale che è andato via via affermandosi, gli fu perdonata un’onta, quella di aver denunciato chi gli sparò negli anni ’90. Per le regole della mala, non si fa. Eppure lui disse che a sparargli fu Fabio Perrone, il “Triglietta”, ergastolano per omicidio, noto per la sua clamorosa evasione con sparatoria, due anni fa, da un reparto dell’ospedale Vito Fazzi di Lecce. Politi fu perdonato, riabilitato con il cosiddetto “manto di carità”. Era troppo importante per il clan, evidentemente. Contatti con la malavita calabrese, dunque, ma non solo: importanti allacci anche con narcotrafficanti albanesi, per l’approvvigionamento della droga.

Dopo le indagini sulle infiltrazioni della sacra corona unita nelle amministrazioni comunali, questi gruppi mostrano come siano riusciti a rendersi imprenditori, con attività apparentemente pulite, in cui però reinvestivano il denaro frutto delle attività criminali. E, se nel Salento è il turismo il settore più allettante, allora è lì che si allunga la mano della cosca: nell’area di Gallipoli attraverso la figura di Davide QUINTANA, imprenditore nel settore ittico, locale referente del clan “PADOVANO”, sul cui territorio la consorteria tesseva una rete di spaccio i cui guadagni servivano anche al sostentamento degli esponenti del sodalizio gallipolino detenuti; loro era il controllo dei servizi di security dei locali di intrattenimento e di alcuni lidi, fino al trasporto dei turisti da e verso il mare a bordo di graziose Ape car. Poi le estorsioni in danno di attività commerciali nei territori di San Cesario di Lecce, San Donato e Lequile, perpetrate anche attraverso atti intimidatori realizzati con l’uso di armi da fuoco. Un esempio è l’attentato del 16 marzo 2016 ai danni di una macelleria e di un negozio di ottica a LequileGli autori dei due episodi furono identificati in Alessandro SCALINCI e Francesco INGROSSO, mentre i mandanti furono individuati nel capoclan Vincenzo RIZZO e negli affiliati Rodolfo FRANCO, già condannato per associazione mafiosa e ritenuto luogotenente del capo, e Tommaso DANESE. Quest’ultimo, con Fabio RIZZO, particolarmente attivo oltre che nell’attività di traffico di stupefacenti, anche in estorsioni e intimidazioni. A questi faceva capo una fitta rete di spacciatori costituita da Massimo COSI, Vito BOLLARDI, Antonio TOTARO e altri. Le indagini sono partite nel 2015 e hanno riguardato, fino a oggi, il sequestro di grossi quantitativi di droga -eroina, cocaina e marijuana-. Perché l’operazione “Labirinto” prende spunto dall’operazione “Baia Verde” del 2014, che documentò come il clan Padovano si fosse inserito nelle attività turistiche gallipoline, proprio attraverso le attività di security. Il “vuoto” venutosi a creare con quegli arresti portò a dover spartire ruoli e territori. La malavita di Monteroni è da anni legata a quella gallipolina, anche tramite matrimoni e dunque vere parentele che si sono venute a creare tra gli affiliati. L’ordinanza di custodia cautelare è stata emessa dal G.I.P. del Tribunale di Lecce su richiesta della locale Direzione Distrettuale Antimafia per associazione mafiosa, associazione finalizzata al traffico internazionale e spaccio di sostanze stupefacenti, detenzione e porto abusivo di armi, estorsione e danneggiamento, con l’aggravante del metodo mafioso. Tra gli affiliati al gruppo “POLITI”, figura di rilievo è quella di Gabriele TARANTINO , braccio destro del capo. Suo il compito di tenere i contatti tra il capo clan e gli altri affiliati e, nello stesso tempo, sovrintendere alla gestione delle attività illecite, prima fra tutte il traffico di droga. A questi si affianca Antonio DE CARLO, elemento di raccordo con il gruppo “RIZZO”. Nonostante i due gruppi criminali operassero in stretta sinergia tra loro attraverso la presenza stabile sui rispettivi territori di competenza, c’è stata una fase di frizione tra i due clan per contrasti sorti in occasione dell’approvvigionamento di stupefacenti. Frizione che si è tradotta nell’attentato dinamitardo nell’ottobre del 2015 in danno del bar di proprietà di Alessandro QUARTA e nell’incendio dell’auto di Rodolfo FRANCO nel giugno 2016. POLITI stesso risolse una controversia di natura commerciale sorta tra due società operanti nel settore ittico. Dopo il suo intervento, alla “ITTICA GALLIPOLI s.r.l.” di Davide QUINTANA veniva consentito di riprendere a intrattenere rapporti commerciali con alcuni dei propri fornitori.

Fondamentale per la riuscita dell’operazione che ha visto l’impiego di più di cento carabinieri e che ha fatto arrivare a Lecce da Roma il vicecomandante del Ros, è stata l’attività del Comando provinciale di Lecce, diretto dal colonnello Zanchi, il coordinamento tra Ros, Reparto operativo e comandi stazione, oltre alla collaborazione dei colleghi di Salerno, che hanno messo le manette a Politi.

 

 

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