Morte in carcere di Gregorio Durante, si apre domani il processo d’appello per i medici

LECCE- Si apre tra poche ore il processo d’appello per quello che è stato ribattezzato “il caso Cucchi salentino”, la morte in carcere di Gregorio Durante.  Nel novembre 2014, in primo grado, fu condannato a 4 mesi il dirigente sanitario del carcere di Trani e furono assolti gli altri quattro imputati, tutti medici. L’accusa è di omicidio colposo.
La vita del giovane di Nardò si spense a 33 anni nella notte del 30 dicembre 2011, in una cella del carcere di Trani. Era detenuto perchè, durante il periodo in cui era sotto sorveglianza speciale, diede un ceffone ad un ragazzo. Gregorio è morto di una morte annunciata. Era malato, soffriva di crisi epilettiche violentissime ed il suo fragile equilibrio fisico era mantenuto dall’assunzione di due farmaci: il Gardenale ed il Tolep. Quest’ultimo, a Trani, la Asl non lo passava e dall’esterno ai parenti non era consentito portarlo in carcere.

Poi “lo imbottirono di farmaci” ci disse la madre “e, in pochi giorni, Gregorio diventò un vegetale, portava il pannolone, non si reggeva in piedi, era sulla sedia a rotelle. Fu ricoverato e rimandato in carcere dove, per 3 giorni, fu messo in isolamento “per punizione” perché pensavano fingesse. Le cartelle cliniche si fermano al 24 dicembre, che e’ anche il giorno in cui, per l’ultima volta, mamma e moglie lo videro vivo. In principio gli indagati erano 14, poi sono diventati 5. Tutti hanno scelto di essere giudicati con rito abbreviato. A novembre la sentenza, giudicata dai parenti di Durante “vergognosa”. “La vita di mio figlio vale solo quattro mesi” fu il commento della madre.

Contro la sentenza di primo grado hanno proposto appello il procuratore della Repubblica di Trani e la famiglia di Durante, assistita dall’avvocato Francesco Fasano, per quanto riguarda la questione civile.  Gregorio è il figlio di Pippi Durante, che sta scontando l’ergastolo per l’omicidio dell’assessore comunale Renata Fonte. La mamma di Gregorio ha sempre detto che è giusto che ognuno paghi le proprie colpe. E che questo, però, debba valere anche per l’omicidio -per lei volontario- di suo figlio.

 

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