Il Mibact dice sì ai petrolieri texani: ok alle ricerche nel golfo di Taranto

Pastor Christian Lekoya Kpandei's hand covered in oily mud, Bodo Creek, Nigeria, 2011. Pastor Christian Lekoya Kpandei used to be a fish farmer in Bodo. The Shell oil spill of august 2008 destroyed his fish farm. As a result of which he has had to move to a single room apartment with his family, he can no longer send his youngest child to school and has no regular source of income anymore. His fishfarm provided a living for about thirty families. This image is a still taken from video footage shot by AI Netherlands in Bodo Nigeria.

TARANTO- Per una società che decide di fare le valige e rinunciare alla ricerca di petrolio nel Golfo di Taranto, la Transunion Petroleum Italia, un’altra incassa l’ennesimo lasciapassare per accendere i motori proprio lì, nello stesso mare, anzi, stavolta a qualche decina di miglia dalla costa di Leuca, Gallipoli e Porto Cesareo. La Schlumberger Italiana spa, figlia dell’omonimo gruppo texano, ha ottenuto dal Ministero dei Beni Culturali il parere favorevole alla compatibilità ambientale del suo progetto. Il provvedimento è stato rilasciato il 27 gennaio scorso, scavalcando a piè pari i no della Regione Puglia, dei Comuni salentini e delle Soprintendenze ai Beni architettonici e paesaggistici di Puglia e Basilicata. Significa che ha ottenuto il disco verde per procedere alla fase di prospezione geofisica con la tecnica dell’air gun (spari di aria compressa sul fondale) e per effettuare rilevamenti 2d e 3d.

È tutto in discesa, dunque, il percorso della Schlumberger, perché quello del Mibact è un passaggio che si aggiunge a quello fatto l’11 dicembre scorso, dal Comitato tecnico di Valutazione di impatto ambientale, l’organo del Ministero dell’Ambiente a cui spetta la valutazione delle ripercussioni dell’attività: anche questo ha dato il suo “parere positivo con prescrizioni” alla ricerca di oro nero nel mare del Salento.  

Ora manca solo l’ok definitivo da parte del ministro Gian Luca Galletti e, infine, il decreto di rilascio dell’autorizzazione da parte del Ministero dello Sviluppo Economico, che difficilmente potrà dire no sulla base dell’istruttoria positiva di Beni Culturali e Ambiente.

Quello della Schlumberger, formalmente, non è un “permesso di ricerca”, ma un “permesso di prospezione”: gli studi dovranno essere effettuati in massimo un anno dal rilascio della Valutazione di impatto ambientale, ma l’area interessata è vastissima (“d 3 F.P-.SC”): 4.030 km2, l’intero Golfo di Taranto, appunto, fino a Leuca, a poco più di 12 miglia (25 km circa) dai siti di importanza comunitaria di Gallipoli e Ugento, motivo per cui questa autorizzazione sfuggirebbe anche alle maglie del prossimo referendum del 17 aprile.

Quel sottofondo marino, secondo la società, è “caratterizzato da un’interessante potenzialità mineraria”. Ma quanto potrebbe accadere, al momento, non sembra interessare: il Mibact ha dato la sua benedizione perché – ha spiegato – “in nessun momento dell’indagine è prevista attività di perforazione e/o estrazione di materiale”; per il fatto che non si interferisce con la fascia costiera di rispetto definita dalla legge Galasso; perché l’attività proposta ha carattere temporaneo e dunque tutte le preoccupazioni di carattere archeologico, architettonico, paesaggistico contenute nelle osservazioni espresse sono da “demandare -ha scritto – ad una eventuale fase di coltivazione” successiva, quella della perforazione vera e propria, oggetto di un’altra procedura di valutazione.

 

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