No Tap-No Tav, la lotta si federa. Ecco la lettera dalla Val di Susa

LECCE- Due lotte che diventano una sola, su più fronti: si federano le battaglie dei No Tap e dei No Tav, quest’ultima sorella maggiore dei movimenti di dissenso sparsi per l’Italia. Un legame che cresce, testimoniato dalla presenza costante di bandiere che rimandano alla lunga vertenza valsusina e dagli appelli lanciati dai palchi, durante le tante manifestazioni contro il gasdotto a San Foca.

“Le battaglie sono comuni di fronte a queste opere inutili, generate da finte emergenze e finti bisogni – dicono i No Tap -. E’ in questa logica che ognuno pensa di poter fare quello che vuole: fare entrare la mafia nei cantieri, distruggere una spiaggia incontaminata”. I rapporti maturano: a inizio estate una delegazione salentina è stata in Piemonte per raccontare cosa accadrebbe al Salento con la realizzazione del metanodotto. Si hanno contatti costanti con i comitati “Presidio Europa” e “Spinta dal basso”. Tramite l’associazione Re.common, la battaglia ha valicato i confini del Salento e ora rappresenta uno dei pilastri fondamentali del coordinamento dei “no” italiani: No Tav, No Muos, No Triv, No Expo. Le riunioni in diverse regioni si sono susseguite. Non è un caso che il prossimo 13 settembre, a Melendugno, si terrà un reading del collettivo Wu Ming con diverse rappresentanze di queste realtà.

E non è un caso neppure che dall’altro capo dell’Italia la stampa inizi a seguire il movimento salentino, com’è stato per il concerto 12 ore non stop di ferragosto.

Lo ha fatto, ad esempio, il Tg Vallesusa, il team di giornalisti indipendenti che si dedicano a diffondere notizie, informazioni ed immagini dalla realtà piemontese. Spiega uno di loro, Massimo Bonato: “Le lotte territoriali perdono la loro territorialità proprio attraverso la presa di coscienza di quanto avviene. Per il Tap si è disposti a scendere a patti con uno stato come l’Azerbaijan, scavalcando le risoluzioni Onu, pur di trovare risorse energetiche. Si è disposti a sacrificare un litorale e paesi e popolazioni per farvi approdare condutture, senza aver affrontato seriamente una politica energetica alternativa, pure percorribile. Per il Tav si è disposti a perforare una montagna colma di amianto e di uranio per oltre 50 km, accampando il progresso della velocità. I movimenti territoriali sono uno sviluppo politico nuovo innanzitutto, perché politica è la coscienza che la gente comune sviluppa sin dal primo momento, dalla prima preoccupazione, dalla prima volontà di voler tornare a riappropriarsi dei propri spazi decisionali. E infatti fa paura. I No Tap fanno paura, fanno paura i No Tav”.

Anche in quest’ottica assume un peso diverso la scelta di No Tap di rinunciare al Premio Terre del Negroamaro assegnato dal Comune di Guagnano e alla somma di denaro messa a disposizione, in disaccordo con la scelta dell’amministrazione di premiare il sindaco leghista di Verona Flavio Tosi: “La battaglia contro la TAP – spiegano – è una battaglia in difesa di tutti i cittadini e di tutti i territori, non combattendo, e non avendo avuto mai l’intenzione di combattere, una battaglia identitaria, che si sarebbe incentrata sul piano delle differenze e non su quella delle comunanze tra i cittadini. Per questo, reputiamo di non poter condividere un riconoscimento con un esponente di un partito politico che sostiene idee xenofobe e razziste”.

Di seguito, la lettera completa di Massimo Bonato, Tg Vallesusa:

“Sono 321 i conflitti territoriali. Dalla villa settecentesca in vendita perché venga trasformata in centro commerciale alla Grande opera come il Tav o il Tap, alla svendita di territorio nazionale alle armi statunitensi (centro radar Muos) come accade per la riserva naturale nel comune di Niscemi in Sicilia. La territorialità è l’angusto perimetro entro cui scaturiscono le proteste per l’una o l’altra ragione. Interessa poche decine di persone, a volte centinaia, poi migliaia. La territorialità viene squalificata a questione Nimby (Not in my backyard – Non nel mio cortile) ed è l’urgenza di provvedere a sé, ai propri cari, la propria casa, la propria terra che fa emergere l’interesse primo, fa muovere il primo passo che chiude dietro di sé la porta per partecipare alla prima riunione, alla prima assemblea. Nimby è cioè un interesse egoistico, dequalificato a meschino, se letto nell’ottica di un interesse più generale, nazionale o transnazionale. Ma è anche il primo passo che le nuove lotte popolari stanno compiendo, che la gente comune compie, per accorgersi ben presto di quanto le lotte siano in realtà comuni, con identiche “parole d’ordine”.
In realtà il passo è molto breve.

Ci si accorge che le Grandi opere non sono che il braccio armato di una strategia, volta a imporre la perdita di spazi democratici a favore – dicono – di una maggiore comunione di intenti e di sicurezza economica (!).

Le lotte territoriali perdono la loro territorialità proprio attraverso la presa di coscienza di quanto avviene. Capire che cosa avviene attorno a sé, chi ne è a capo, a quali interessi si è disposti a sacrificare i principi sposta il baricentro della singola lotta fuori dal terriotorio in cui nasce e si sviluppa per un precipuo problema.

Per il Tap si è cioè disposti a scendere a patti con uno stato come l’Azerbaijan, scavalcando le risoluzioni Onu, pur di trovare risorse energetiche. Si è disposti a sacrificare un litorale e paesi e popolazioni per farvi approdare condutture, senza aver affrontato seriamente una politica energetica alternativa, pure percorribile.

Per il Tav si è disposti a perforare una montagna colma di amianto e di uranio per oltre 50 km, accampando il progresso della velocità, la creazione di lavoro, quando la stessa azienda responsabile ammette che per il tunnel geognostico in lavorazione non saranno utilizzati più di 1000 lavoratori per non oltre i 10/14 mesi. In un bar qualsiasi della penisola chiunque saprebbe arrivare alla conclusione che per 23 miliardi di euro (costo dell’intera opera) si potrebbero creare non qualche migliaio di posti di lavoro ma qualche migliaio di medie e grandi industrie.

Allora, ciò che nasce Nimby, in fretta si traduce in una richiesta di democrazia, nella richiesta delle singole persone di contare nel proprio ruolo di essere umano e sociale. Ciò che le Grandi opere propongono sono enormi sacrifici per tutti, volti a risolvere  (risolvere?) enormi problemi frettolosamente, superficialmente, o ponendone di inesistenti facendone emergere di nuovi. E questo quando l’Italia stessa (ma per l’Europa la condizione non è molto diversa) versa in condizioni sanitarie, geomorfologiche, economico e sociali, di istruzione e formazione, lavorative ormai al collasso.

I movimenti territoriali sono uno sviluppo politico nuovo innanzitutto, perché politica è la coscienza che la gente comune sviluppa sin dal primo momento, dalla prima preoccupazione, dalla prima volontà di voler tornare a riappropriarsi dei propri spazi decisionali. E infatti fa paura. I No Tap fanno paura, fanno paura i No Tav, No Muos, No Triv, No Expo: Città metropolitane, decreto Sblocca Italia ecc. corrono in soccorso a una classe politica abituata ormai da decenni a colloquiare con equivalenti organi di potere e decisionali, non certo con il popolo. Accade in Italia, accade in Romania, in Grecia, in Francia, in Inghilterra, in Argentina e in Cile, accade in India, in Africa.

Tav, Tap, Triv, Muos si inseriscono in un flusso di parole d’ordine che al “progresso” fatto di interessi economici e politici, senza scrupoli e perlopiù miopi e violenti, oppongono No secchi in nome di una lungimirante amministrazione della Terra e dell’economia. E non è antipolitica. È la politica, quella vera, che parte dalla gestione della polis”.

 

 

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