Omicidio del fabbro: confermato l’ergastolo per Lucia Bartolomeo

E' arrivata la sentenza definitiva della Corte di Cassazione per Lucia Bartolomeo, l'infermiera di Taurisano accusata di aver ucciso il marito iniettandogli eroina con una flebo. Gli ermellini le hanno inflitto il carecre a vita.

Lucia Bartolomeo

TAURISANO- Ergastolo. E stavolta la sentenza emessa dalla Corte di Cassazione  è definitiva nei confronti di Lucia Bartolomeo, l’infermiera di Taurisano accusata dell’omicidio del marito, il fabbro Ettore Attanasio, morto a 36 anni per una dose letale di eroina somministrata con una flebo.

È successo la notte tra il 29 ed il 30 maggio 2006. Un processo lungo. Già tre volte all’unica imputata era stata inflitta la pena dell’ergastolo. La Cassazione aveva infatti rinviato il processo al tribunale di Taranto, dopo aver annullato le condanne pronunciate in primo e in secondo grado e tanto perchè per i giudici della Suprema Corte non era oggettivamente dimostrato che proprio quella dose, massiccia, di eroina avesse ucciso l’uomo.

Lucia Bartolomeo, in carcere dal 2007 -a parte la parentesi di un periodo di arresti domiciliari- è difesa dagli avvocati Pasquale Corleto e Silvio Caroli, che hanno sempre sostenuto che il movente -individuato dall’accusa in una relazione extraconiugale della donna- non reggesse e che il processo fosse indiziario, basato su un elemento su tutti: un sms che la donna avrebbe inviato al suo presunto amante, riferendosi alla morte del marito come una “questione di ore”.

Ed è quello che anche lei, in questi anni, ha sempre urlato, proclamandosi innocente. Lo ha scritto nelle tantissime lettere dal carcere, è entrata in sciopero della fame per avere giustizia e, soprattutto, per rivedere la sua bambina.

Ed è anche quello che ribadiscono i suoi familiari. Il marito della sorella di Lucia ce lo ha scritto poche ore prima della sentenza: “Basta gettare fango su Lucia. Questa donna è solo vittima di errori giudiziari: non è stata mai trovata e analizzata la flebo con cui secondo l’accusa avrebbe iniettato una dose letale di eroina al marito. Mai trovato nessun indizio o persona che facesse parte del mondo della droga. E- prosegue il cognato della Bartolomeo- l’esame svolto dal medico legale della procura sarebbe stato scarso ed incompleto.

Lo stesso medico in fase di interrogatorio, avrebbe confermato che altre patologie avrebbero potuto causarne la morte” e poi conclude: “Le accuse sono basate solo su di un indizio privo di fondamento e basato sulla testimonianza di un amico il quale dice “di aver ricevuto un messaggio mai dimostrato, perchè era stato cancellato”.

L’avv. Pasquale Corleto, dopo la lettura della sentenza in tardissima serata, commenta così la decisione della suprema corte: “Le sentenza vanno rispettate. Resta però il problema, a livello tecnico-giuridico, dell’interpretazione della cosiddetta prova scientifica”.