Tra gli ulivi, i fanghi del porto di Taranto: maxi sequestro bis

13mila tonnellate di fanghi dragati dal porto di Taranto e smaltiti nelle campagne di Brindisi: eseguito oggi un nuovo maxisequestro dai carabinieri del Noe. Quei fanghi non solo nn sarebbero stati mai trattati, ma sarebbero stati anche mischiati con altri rifiuti

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BRINDISI- Sequestro bis e interdizione di una società. Si aggiunge un altro capitolo alla tortuosa vicenda dei fanghi dragati dal porto di Taranto e tombati nelle cave tra le campagne di Brindisi e Mesagne, vicino agli ulivi e ai frutteti: dopo il sequestro dei terreni, avvenuto a marzo ad opera dei militari del Noe di Lecce, guidati dal maggiore Nicola Candido, ora i sigilli sono stati apposti anche all’impianto dove il materiale sarebbe dovuto essere trattato, quello di Vincenzo Montanaro, a Mesagne. Non solo.

Sotto chiave sono finiti anche 17 automezzi e tre semirimorchi di quattro ditte di trasporto brindisine e tarantine, la società autotrasporti Carlucci di San Vito dei Normanni, l’impresa Del Prete Salvatore di Taranto, quella di Capriulo Gianfranco di Massafra, oltre, appunto, a quella di Montanaro. Di più. Per quest’ultima è stata prevista un’ulteriore mazzata: l’interdizione per sei mesi dell’esercizio dell’attività di gestione di rifiuti speciali pericolosi e non. Un pugno di ferro, quello che ha voluto sfoderare la Procura di Brindisi.

D’altronde, basta venire fin qui, nella zona industriale di Mesagne, per rendersi conto che difficilmente l’impianto di Montanaro, con un solo dipendente, due escavatori e uno spiazzo all’aperto, avrebbe mai potuto effettuare l’attività di recupero di 13mila tonnellate di fanghi, quelle poi smaltite illecitamente in campagna. È questo che ha accertato anche Giuseppe Genon, docente del Politecnico di Torino, consulente nominato dalla Procura.

Una parte dei fanghi è ancora lì, in attesa di essere smaltita. Anche per questo si è deciso di procedere con sequestro preventivo e interdizione, eseguiti dai carabinieri del Nucleo operativo ecologico di Lecce e disposti dal gip Maurizio Saso, che ha accolto le richieste avanzate dal pm Giuseppe De Nozza, ritenendo i fatti “di estrema gravità”.

Certo è che senza la telefonata anonima fatta da un cittadino al Noe, probabilmente sarebbe stato impossibile ritrovare il bandolo della matassa: quei fanghi provengono dal dragaggio del porto ionico e sono rimasti per sette anni in alcune vasche nell’area ex Belleli, fino a quando, nel marzo 2012, un nuovo decreto legge ha dato un’accelerata, consentendo il loro recupero come materia prima secondaria, destinata al ricolmamento di aree ad uso industriale con falda acquifera naturalmente salinizzata. A Brindisi sono finiti, invece, tra gli orti, frammisti, tra l’altro, ad altri rifiuti speciali pericolosi e non di altra provenienza, come scarti edili, materiale ferroso, conglomerato bituminoso, plastiche.

È per questo che sono stati contestati i reati di gestione illecita di rifiuti ed esercizio di discarica abusiva, oltre all’illecito amministrativo contestato alle 4 società, per “non aver adottato, e comunque non efficacemente attuato, un modello di organizzazione di gestione idoneo a prevenire i reati ambientali”.

Nel registro degli indagati sono stati scritti i nomi delle 4 persone giuridiche e di 7 persone fisiche, vale a dire dei proprietari dei terreni, Francesco e Massimiliano Vinci e Fabrizio Distante, dell’autotrasportatore colto in flagrante a marzo, Anthony Gatti, e degli imprenditori Vincenzo Montanaro, Maurizio Carlucci, Salvatore Del Prete e Gianfranco Carlucci.

Per questi ultimi, il gip Saso ha parole inequivocabili, tracciando di loro “l’identikit di uomini senza scrupoli di nessun genere, pronti, pur di lucrare profitto, a sacrificare ciò che per nessuna ragione dovrebbe poter mai essere sacrificato”.

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