Abilitato ma non iscritto all’albo: condannato avvocato abusivo

La Corte di Cassazione ha giudicato "abusivo" un avvocato leccese abilitato alla professione ma non iscritto all'albo. Scatta la condanna penale a quattro mesi di reclusione.

AVVOCATO

LECCE- E’ un reato per cui è previsto il carcere e lui deve saperlo bene. Ora dovrà scontare una condanna penale a quattro mesi di reclusione un avvocato leccese che, seppur in possesso di abilitazione, non è iscritto all’albo ed esercitava la professione.
“Per la Cassazione Penale -spiega Giovanni D’Agata, presidente dello Sportello dei Diritti- per far scattare il carcere per esercizio abusivo della professione è sufficiente curare le pratiche legali e non è necessaria la presenza in udienza. La spendita del titolo costituisce anche “falsa dichiarazione a pubblico ufficiale”.

La sentenza della quinta sezione penale della Corte di Cassazione, depositata poche ore fa, ha confermato la decisione per il “quasi professionista”, che era stato rinviato a giudizio per questi reati.

“Nel ricorrere innanzi ai giudici di legittimità, l’imputato aveva sostenuto che, affinché si configuri il reato di esercizio abusivo non è determinante la mancata iscrizione all’albo, ma la mancanza di abilitazione che lui invece aveva conseguito.

Ma il ricorso è stato rigettato poichè «l’esercizio abusivo della professione legale, ancorché riferito allo svolgimento dell’attività riservata al professionista iscritto nell’albo degli avvocati, non implica necessariamente la spendita al cospetto del giudice o di altro pubblico ufficiale della qualità indebitamente assunta -cioè l’avvocato per così dire “abusivo” non lo è solo nel momento in cui si presenta ad un’udienza. Il reato infatti si configura anche solo per aver curato pratiche legali dei clienti o per aver predisposto ricorsi “ne deriva -spiegano gli ermellini- che quando quest’ultima condotta si accompagna alla prima, viene leso anche il bene giuridico della fede pubblica tutelato dall’art. 495 Cp e si configura il concorso dei detti reati».

E, a quanto pare, nel caso del leccese è andata proprio così.