Ulivi morienti, “Si riconosca lo stato di calamità naturale”

Ulivi morienti: in vista della riunione straordinaria che si terrà a roma martedì, il territorio si mobilita. Italia nostra: “Si riconosca lo stato di calamità natuarale”.

ulivo secolare

LECCE- “Si riconosca lo stato di calamità naturale. La moria degli ulivi salentini potrebbe avere conseguenze pesantissime dal punto di vista ambientale ed economico. Per questo Italia Nostra, la prima a lanciare l’allarme oltre un mese fa, fa appello alle istituzioni locali, perché si adottino i provvedimenti volti a chiedere al governo nazionale il riconoscimento dello stato di calamità, necessario “per attivare programmi finalizzati ad una più approfondita conoscenza della patologia, per l’adozione di provvedimenti necessari alla rimozione del problema e per il reperimento delle risorse finanziarie per un ristoro dei danni ai titolari degli uliveti interessati dal problema”.

L’individuazione della causa del rinsecchirsi degli ulivi lascia spazio a pochi dubbi. Il batterio riscontrato, “Xylella fastidiosa”, è infettivo, inserito nella lista nera europea di quelli da quarantena. Mai presente, finora, in Europa. Il rischio che il Salento faccia dunque da testa di ponte per il resto dell’Italia e non solo c’è tutto.

Dei provvedimenti da adottare, o almeno da proporre martedì nella seduta straordinaria, appositamente convocata, del Comitato fitopatologico nazionale, si discuterà lunedì mattina a Bari, nella riunione dell’unità di crisi che si sta occupando del problema. Certo, molto è ancora da definire.

Non si conosce la vera portata della presenza di questo tipo di batterio sugli 8mila ettari colpiti tra Gallipoli, Ugento, Taviano, Racale, Parabita, Melissano. Non si sa le piante, ancora da quantificare, siano destinate alla morte o possano essere salvate in qualche modo. Non è ancora definita, inoltre, la relazione tra questo tipo di batterio e il fungo riscontrato in tutti i campioni prelevati dagli studiosi. Insomma, si naviga a vista.

Ma almeno con una certezza: l’infettività comporta il riconoscimento della quarantena, vale a dire l’isolamento della zona contagiata, attraverso almeno il blocco in loco della legna e delle ramaglie e il divieto delle potature. Nessun problema, per fortuna, almeno per quest’anno, per le olive e la produzione di olio. Se per la prossima annata, invece, il batterio avrà fatto incetta di alberi e raccolto è ancora incerto. Si spera, infatti, che l’arrivo delle gelate invernali possa bloccare le cicaline che fanno da vettore nel propagare il contagio. Su eventuali rimedi fitosanitari, invece, c’è l’appello degli esperti a bloccarsi: inutili, dispendiosi e dannosi. Anzi, l’insistenza di alcuni rappresentanti di aziende di pesticidi fa venire a galla il rischio speculazione.

Certo, c’è l’emergenza in primis da affrontare. Ma poi c’è una riflessione da fare. Non pare sia possibile che Xylella fastidiosa sia comparsa nel Salento a causa di un traffico internazionale di ulivi, che non c’è stato. Al contrario, non si sa come e quando l’insetto vettore sia arrivato qui. Il sospetto che possa essere stato importato dall’estero attraverso l’ingresso incontrollato di piante, come accadde per le palme, non è remoto. “Tra l’altro- ricorda Italia Nostra- in questi ultimi tempi patologie similari hanno interessato anche altre essenze arboree, come alcuni boschi di lecci a Castro e Tiggiano, dove sono stati necessari provvedimenti drastici”.

Con quali strumenti si affronta tutto questo? Le lance sono spuntate. Basti pensare al container pieno zeppo di bonsai di olivo, arrivato dall’Asia nel porto di Taranto lo scorso 2 ottobre. Controllarli tutti con poche forze e scarsi mezzi è risultato impossibile.