Quando alle Fosse Ardeatine c’era (e c’è) anche il Salento

Baglivo, pisino, caputo, caracciolo: c'erano anche dei salentini tra i 335 trucidati alle fosse ardeatine. Ora, di fronte alle polemiche sui funerali di priebke, ritorna a galla una storia dimenticata

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LECCE- Di loro non rimane una foto, un volto. Rimane una lettera: “Purtroppo oltre i doveri individuali e familiari, vi sono anche dei doveri nazionali e umani che bisogna rispettare. Per questo ti prego di volermi compatire e comprendere”. A scrivere alla figlia Simonetta era Ugo Baglivo. E’ uno dei martiri leccesi delle Fosse Ardeatine.

E ora, di fronte alla salma di Priebke e allo spettro di tutto quello che ha rappresentato e rappresenta per l’Italia, questa è una storia che va ricordata, sconosciuta ai più, soprattutto qui, nella loro terra. Ugo Baglivo, 33enne originario di Alessano, era docente di diritto penale all’Università di Roma, liberaldemocratico e schedato come “antifascista” per la diffusione di stampa clandestina contro Hitler. Era stato arrestato ed era per questo che si trovava nel carcere di Regina Coeli, quando venne scelto assieme ad altri detenuti per essere fucilato, in rappresaglia all’attentato partigiano di Via Rasella.

Ma l’elenco delle 335 vittime è lungo e il tributo del Salento non da poco. Una delle prime tombe alle Fosse Ardeatine è quella di Antonio Pisino, sottotenente di marina e studente universitario di Maglie, comunista. È a lui che è dedicata anche una lapide a Roma, nei pressi di Largo Nazareno. Sangue salentino è anche quello di Ferruccio Caputo, studente di Melissano, Antonio Ayroldi, maggiore del Regio Esercito di Ostuni, Federico Carola di Lecce e suo fratello Mario, nato a Gaeta.

Dopo sessantasette anni dall’eccidio dei 335 italiani da parte delle SS, le ricerche effettuate all’interno dell’Istituto Pugliese per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea hanno fatto emergere un altro nome. È quello di Emanuele Caracciolo, nato a Tripoli nel 1912 da genitori gallipolini trasferitisi in Libia per ragioni di lavoro.  Trucidati, tutti. E ora a ricordarci che questa non è storia di altri.