L’autopsia: “Reschi è morto per asfissia da annegamento”

Eseguita l'autopsia sul copro di Angelo Reschi, l'operaio morto in seguito ad un incidente sul lavoro in un cantiere a Francavilla Fontana. L'esame autoptico conferma: il 38enne morto per asfissia da annegamento.

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FRANCAVILLA FONTANA-  Angelo Reschi è morto per asfissia da annegamento. E’ questo l’esito dell’autopsia eseguita dal medico legale Antonio Carusi su incarico della Procura di Brindisi, sul corpo dell’operaio di Racale morto lo scorso 29 agosto a Francavilla Fontana, travolto e ucciso da una colonna di acqua e fango mentre lavora per la sostituzione delle tubature della fogna nera.

Una tragedia che si è consumata sotto gli occhi dei colleghi e dei testimoni presenti.  L’operaio 38enne, infatti, è stato travolto da un getto di detriti fuoriuscito da una tubatura mentre era a lavoro nella fossa scavata per la riparazione delle condutture, in un cantiere aperto in via Barbaro Forleo su mandato dell’acquedotto pugliese, subappaltato dalla ditta Leccese Fiocca Vincenzo.

E’ proprio sui tre tecnici dell’acquedotto Pugliese e della ditta che presiedeva i lavori che pende adesso l’ipotesi di reato per omicidio colposo e omissione di cautele contro gli infortuni sul lavoro. In tutto sei, dunque, le persone scritte sul registro degli indagati, aperto per attribuire le responsabilità di un terribile incidente che, a detta di tutti, poteva essere evitato.

Sì, perchè mentre da un parte l’esame autoptico non sembra far emergere informazioni rilevanti sull’incredibile tragedia, esito già previsto, dall’altra si parla già di “morte annunciata”, dovuta, sembrerebbe, ad alcune irregolarità in materia di sicurezza sul lavoro.
Reschi è morto perchè intrappolato senza scampo nella fossa aperta in via Forleo, quando le leggi sulla sicurezza prevedono, per lavori di questa natura, che vengano innalzati degli argini atti alla prevenzione di eventuali frane.

La stessa legge prevede ancora l’interruzione dell’erogazione di acqua e luce nella zone interessate dai lavori e l’inattività dell’escavatore quando gli operai sono a lavoro dentro le fosse. Tutte manovre tralasciate che, se invece messe in atto, avrebbero forse potuto evitare il peggio, quando il peggio poi si è verificato.

Insomma, tutta una serie di mancanze che, in maniera ancora da quantificare, hanno portato così all’avvenuta tragedia e su cui la procura di Brindisi, di concerto con il pm Manuela Pellerino continuano ad indagare, effettuando tutti i rilievi del caso.

Adesso, la salma del giovane operaio, è stata restituita alla famiglia, a cui resta la pena di aver, prematuramente, perduto insieme un padre e un marito.