Scacco agli hacker, tra gli Anonymous anche un uomo di Gemini

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LECCE  –    Vive a Roma, ma ha origini leccesi l’uomo finito nella rete della Polizia Postale che ha sgominato con l’operazione ‘Tango Town’ un’organizzazione di pirati informatici che ha portato all’arresto di 4 persone, ora ai domiciliari. Si tratta dell’ingegnere informatico Gianluca Preite, di Gemini di Ugento.

Tutto è partito dalle indagini avviate dal Centro Nazionale Anticrimine Informatico e sono state coordinate dalla Polizia Postale di Roma.

Secondo quanto appurato dagli inquirenti, i quattro arrestati, ora confinati ai domiciliari, sarebbero responsabili anche degli attacchi ai siti del governo, del Vaticano e del Parlamento, sotto la copertura del logo di Anonymous per interessi personali.

Le perquisizioni sono partite dalla capitale ed hanno interessato diverse città italiane: tra queste anche Lecce.

Tutte le attività di falsa appartenenza alla associazione Anonymous, famosa per i suoi attacchi informatici in tutto il mondo, era finalizzata all’ottenimento di consulenze dalle stesse aziende che erano destinatarie degli attacchi informatici realizzate dal gruppo di hacker finiti agli arresti domiciliari.

Le azioni attribuite ad Anonymous sono intraprese da individui non identificati che si auto-definiscono Anonymous. Dopo una serie di controversie, proteste largamente pubblicizzate e attacchi attuati da Anonymous nel 2008, gli episodi legati ai membri del gruppo sono diventati sempre più popolari.

Molti utilizzano come immagine la maschera resa famosa dal film ‘V per vendetta’.
Nel mirino del gruppo sono finiti siti istituzionali, il Vaticano, ma anche aziende come, per esempio Trenitalia”. Gli indagati, facevano poi pervenire in alcuni casi, alle stesse aziende offerte di consulenza per la sicurezza informatica. I danni arrecati  sono di svariati milioni di euro.

Gianluca Preite è coinvolto in un altra vicenda giudiziaria: aveva rivelato che la morte dell’agente segreto italiano Nicola Calipari, sotto una raffica di fuoco durante la liberazione della giornalista de ‘Il Manifesto’ Giuliana Sgrena fu il frutto di un complotto orchestrato da funzionari militari italiani e non un errore citando una intercettazione telefonica da lui stesso effettuata durante le sue indagini per conto del SISMI che pare siano state accertate. Per questo finì sotto processo con l’accusa di calunnia, diffamazione e simulazione di reato.