“Tenetevi la medaglia e ridate a mio padre l’onore vero”

Terzo Reich

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, oltre 600.000 soldati italiani furono deportati nei campi di lavoro del Terzo Reich. Costretti ai lavori forzati, non erano trattati da esseri umani, ma da pura manodopera. Erano chiamati gli schiavi di Hitler, ma chi era al potere pensò bene di non definirli ‘prigionieri’, ma ‘internati militari italiani’.

Uno stratagemma che serviva a non riconoscere loro le garanzie della Convenzione di Ginevra. Non solo: più tardi furono definiti ‘lavoratori civili’, perdendo così anche la tutela della Croce Rossa.

Servivano a mantenere le famiglie dei soldati tedeschi morti o impegnati sul fronte. L’adunata era ogni giorno alle 4 del mattino, nella neve, al gelo. A tenerli in piedi, nei giorni in cui andava bene, era un panino, che doveva bastare per le 24 ore. I più morivano, sotto gli occhi dei compagni. Tra loro c’era un uomo – con la U maiuscola – che arrivava da Copertino: Giuseppe Martina, classe 1914, combattè sul fronte greco-albanese.

Da lì, dopo l’armistizio, fu caricato su un carro bestiame dai tedeschi, che avrebbero dovuto accompagnare i soldati italiani in Italia e invece, quando le porte piombate dei vagoni si aprirono, l’imbroglio fu chiaro. Giuseppe Martina fu portato nel campo di concentramento di Trier, dove lavorò nelle miniere di carbone. Spesso cedeva il proprio pasto ai compagni in fin di vita. Tanti ne ha visti morire. Ma lui ce l’ha fatta: dopo due anni dal suo ingresso nel campo, riuscì a scappare. Passò mesi nella foresta. Quando arrivò in italia pesava 40 chili.

Pian piano, è tornato alla vita, nonostante nel cuore e negli occhi restassero il peso e le immagini, indelebili, delle barbarie subite. Giuseppe Martina ha fatto il contadino, ha messo su una bella famiglia e oggi, a 99 anni, vive serenamente in una casa di riposo con la moglie. Nel 2010 ha ricevuto la medaglia d’onore della repubblica italiana, ma oggi suo figlio Salvatore vuole restituirla. Ha chiesto alle istituzioni di onorare suo padre in maniera diversa, concretamente, sostenendo le spese per l’acquisto dei farmaci e dei pannoloni, ma non ha ottenuto nulla.

Raccogliamo l’appello di Salvatore e lo rivolgiamo alle istituzioni italiane, da quelle locali, fino a Roma. E siamo sicuri di non ledere la dignità di quest’uomo – con la U maiuscola – parlando di pannoloni, perchè non è certamente questo a scalfire l’onore di Giuseppe Martina, che camminerà per sempre sui tappeti rossi della storia dell’Italia.