Il Monastero di Strudà da gioiello a rovina

Strudà

STRUDA’ (LE)    –    I titoli di questi giornali sembrano una premonizione. “Lo lasciamo cadere del tutto?”, “Forse lo salveremo”. Era il 1978 e poi il ’79. Quelle domande, quasi come una beffa, sono ancora attuali. Più che attuali. Siamo a Strudà, frazione di Vernole.

Estrema periferia del paese.

Se non ci fai caso non lo noti neppure. Eppure, sotto questo impasto di macerie e rovi c’è quello che per secoli è stato il Monastero dei Francescani, soppresso nel 1650 con la bolla pontificia di Papa Innocenzo  X, che ha spento una storia nata due secoli prima, nel ‘400.

Poche risorse, per frati troppo poveri. E sotto i colpi di quella povertà si è inabissato anche il convento. La proprietà rimane in capo alla Curia. La memoria storica, invece, appertiene ad una comunità di Strudà che ha provato a strapparlo all’incuria ma non ci è riuscita. Eppure, tutti sono legati a questo luogo. Anche per il fatto che alle sue spalle, nei campi dell’antica pertinenza, è stato edificato il campetto tuttora utilizzato dai ragazzi del paese. Rimane quel legame, al di là e dentro i ruderi. I segni del falò di Sant’Antonio Abate, a gennaio, sono ancora sul piazzale di fronte. Per il resto, la grata arrugginita contiene lo straripamento delle erbacce che crescono, dei muri che cadono. Le tre arcate del chiostro, ad esempio. Ne è rimasta solo mezza. Della Chiesa della Madonna Immacolata, invece, non resta neppure il tetto, neppure l’altare.

Per chi è il pilastro della memoria di Strudà una rassegnazione frammmista alla speranza di sempre. Restituire lo splendore a quelle pietre, a quello che erano abitazioni e refettorio, poi diventate legnaie e depositi. Salvabile, ancora adesso, solo con un cordone che unisca cittadini, chiesa e amministrazioni locali. A meno che non lo si voglia davvero lasciare al crollo definitivo.