Esce Decaro entra Giannini. E’ guerra tra Vendola e il PD

Palazzo Regione Puglia

BARI   –    Neanche il tempo per il Partito Democratico di chiedere un ridimensionamento della giunta regionale a 10 assessori con una sforbiciata agli esterni, che il presidente Nichi Vendola nomina Giovanni Giannini responsabile dei Trasporti al posto del dimissionario Antonio Decaro.Un segnale inequivocabile.

Vendola non accetta alcun suggerimento dai democratici. Chiude ogni possibilità di trattativa e apre solo agli uomini di Michele Emiliano. Come Giannini, già assessore del Comune di Bari con delega al Bilancio e alle Politiche abitative, che tra l’altro entra da esterno.

Un ulteriore strappo da parte del governatore che ribadisce così il concetto chiaro: le prerogative sono sue e stop.

Quanto alla delega al Personale, rimane al momento in capo al presidente, fino a nuovo atto.

Per Vendola la partita è chiusa. Tanto che nei prossimi giorni approfondirà le linee programmatiche con parti sociali, cittadinanza attiva e forze politiche.

Ed è inevitabile che la guerra con il suo più grande partito della maggioranza si consumerà in aula. Difficile immaginare che ai primi provvedimenti indigesti, prevarrà il voto di responsabilità.

Intanto, la direzione regionale del Partito prevista per le prossime ore dovrà affrontare questo nuovo messaggio. Cinque ore di riunione del gruppo sono finite al macero assieme alla richiesta del partito di limitare a 10 la giunta. Nel corso dell’incontro, Antonio Decaro e Rosa Stanisci, avevano chiuso il capitolo della nomina assessorile, rinunciando ufficialmente.

E approfittando di ciò i democratici avevano deciso di rispondere alle dichiarazioni di fuoco di Vendola delle scorse ore, con una linea più morbida. E il senso del documento era quello. Non saranno loro la causa della caduta del governo regionale, come più di qualcuno sostiene sia auspicato dal governatore. E quindi così avrebbero ripassato il cerino nelle sue mani. Ma Vendola ha nuovamente sparigliato le carte. In realtà nel PD non tutti erano convinti della linea soft.

Mennea e Loizzo avevano proposto di ritirare tutti gli assessori e dare un sostegno esterno. La Capone e la Gentile, invece, propendevano per l’archiviazione del caso e il proseguimento dei lavori. Ma del resto, si è detto nell’incontro, fare cadere il governo regionale ora, è un boomerang che tornerà nelle urne. E dunque che fare? “Deve passare il messaggio – dice qualcuno degli eletti al termine della riunione – che è lui a sbagliare. Che se parli di lotta alla povertà non puoi spendere milioni di euro per gli assessori esterni”.

In tutto ciò sceglie di restare in sella, anche se non si è ancora insediato, Guglielmo Minervini che però affida ad una lettera aperta la risposta a Vendola. E non le manda a dire. “I pugliesi – scrive – hanno mostrato disappunto verso un governo precario”. Lo slogan “a Roma per servire meglio la Puglia”, per Minervini, è apparso solo un “escamotage retorico”. “Serve un’agenda chiara e stringente”, scrive l’assessore. “Vendola – aggiunge – ha parlato solo di politica che pensa a se stessa più che alla comunità, varando una giunta che non è da combattimento”.

“La mia delega è nelle tue mani dall’inizio della mia complessa vicenda personale”, prosegue Minervini alludendo alla malattia che lo ha colpito, ma mai distratto dal suo lavoro. E l’utima frase è per quella accusa che forse lo ha ferito di più: di averlo retrocesso per permettergli di coltivare ambizioni di governatore. Minervini risponde con una franchezza estrema: “Caro Nichi, la mia unica ambizione oggi è vivere”.