Ospedale Tricase al bivio: “Senza rimborsi, al via i licenziamenti”

ospedale panico tricase

TRICASE (LE) –  Se il Consiglio di Stato non dovesse accogliere la richiesta di rimborso, i licenziamenti saranno inevitabili. Il futuro dell’ospedale ‘Panico’ di Tricase e del personale che lì ci lavora è appeso al filo della speranza. Dovrebbe arrivare a giorni la decisione del Consiglio di Stato dinanzi al quale, la struttura ecclesiastica ha presentato ricorso contro la Regione Puglia. 

La faccenda è in sospeso da anni. Dal 2008 per la precisione.

In sintesi: la struttura è di proprietà della Chiesa, ma opera allo stesso modo delle strutture pubbliche. In buona sostanza per il cittadino, qualunque cosa venga effettuata nel ‘Panico’ è a carico del Sistema Sanitario Nazionale.

Ma l’equiparazione è totale per il paziente, ma non per la struttura. E ciò significa che il ‘Panico’ non può superare il tetto di spesa previsto dalla Regione per le strutture private. Questo in teoria, perché nei fatti la soglia la si supera sempre. Nel 2008 tra ricoveri, prestazioni, diagnosi, e quant’altro la struttura ha sforato di 8 milioni di euro.

Non è andata diversamente nel 2009, 2010, 2011 e 2012. Il risultato è che l’eccedenza ammonta a 40 milioni di euro che ora la struttura chiede alla Regione. Ma da lungomare Nazario Sauro la risposta è stata picche. E la vicenda è finita prima dinanzi al TAR, che ha bocciato la richiesta del ‘Panico’, e ora del Consiglio di Stato che ha concesso la sospensiva prima della sentenza definitiva.

A spiegare la situazione è il Direttore generale della struttura Suor Margherita Bramato. “Il ‘Panico’ – spiega – non può rifiutare i pazienti perché la Regione, trattandoci come struttura pubblica, ce lo impedisce. Ma chiudendo gli ospedali dell’hinterland, l’effetto è stato un incremento di ricoveri e richieste di prestazioni. Come possiamo uscire dal vicolo cieco? Come si fa a produrre di più ma stare nelle spese previste per un numero inferiore di prestazioni?

Che la Regione si assuma la responsabilità di autorizzarci a rispedire indietro i pazienti che arrivano al 118 o in qualsiasi altro nostro reparto –  incalza il Direttore generale -. Ma ciò, naturalmente, non è possibile.

Un esempio su tutti è dato dal numero di nati. Con la chiusura dei punti nascita, l’attività del reparto di Ginecologia e Ostetricia ha subito un’impennata, perché le partorienti non hanno più molta scelta intorno.

“Che fai – dice Suor Margherita – le spedisci indietro? Certo che no. Il ragionamento – dice rammaricata la Direttrice – è che non c’è la cultura del dato, perché si tende a gestire la sanità da un punto di vista politico. Invece, solo i dati raccontano i bisogni e l’orientamento della gente”.

40 milioni di euro pesano come macigni sul bilancio. Specialmente quando non  ci sono.

Se il Consiglio di Stato non dovesse acconsentire alla richiesta di rimborso, confermando ciò che ha deciso il TAR nei mesi scorsi, la strada sarebbe solo una. “In quel caso – dice il Direttore generale – dovremo riunire il CdA e decidere quali reparti chiudere e quanto tra i  944 dipendenti dell’ospedale, mettere in mobilità”.

Altra soluzione purtroppo non ci sarebbe.