Ilva, riparte l’area a freddo ma altri 600 operai a rischio

ILVA

TARANTO  –  E’ ripreso il lavoro nell’area a freddo dell’Ilva di Taranto. La maggior parte degli impianti è ferma dalla fine del mese di novembre, perché la Magistratura ha disposto il sequestro delle merci. Soltanto parte dei 535 operai torneranno in fabbrica. Fra questi, spiegano i sindacati, coloro che hanno il compito di controllare e verificare che tutti i dispositivi funzionino bene, prima che vengano riavviati.

Nel giro di qualche giorno il tutto si dovrebbe stabilizzare.

In particolare, saranno messi in funzione il tubificio ERW, il laminatoio e qualche struttura minore.

Intanto, è il giorno della consultazione tra  FIOM CGIL, FIM CISL e UILM e l’Ilva sui i numeri della nuova cassa integrazione. Sul tavolo la decisione di proclamare 603 lavoratori in esubero. 603 persone che si aggiungerebbero alle 2.600 già in ‘cassa’.

Il che vuol dire che  fino agli inizi di marzo si sfiorerebbero i 4.000 dipendenti in cassa integrazione, un numero che ricorda il 2009, anno record della crisi.

Ma questa volta oltre alla crisi, c’è la chiusura di alcuni reparti per l’avvio dei lavori di risanamento ambientale degli impianti previsti dall’AIA. D’altra parte comunque i lavoratori si sono tranquillizzati oltre che per il riavvio di parte dell’area a freddo, anche per  la garanzia da parte  del Presidente Bruno Ferrante del pagamento l’11 febbraio degli stipendi. Resta comunque critica l’intera vicenda Ilva. Soprattutto perchè mancano le risorse per l’attuazione dell’AIA. Servirebbero 3 miliardi e mezzo di euro in tre anni. 

Ed è una situazione ancora aperta anche perchè la cosiddetta legge ‘salva Ilva‘  è in attesa del giudizio della Corte Costituzionale alla quale si sono appellati i Magistrati di Taranto. Restano, infine, sotto sequestro 1,7 milioni di tonnellate di merci, anche se l’Ilva ha chiesto un parziale dissequestro per 42.000 tonnellate – valore 32 milioni di euro- .

L’azienda ritiene che questa parte non debba essere sottoposta ai sigilli giudiziari. Non tutto l’acciaio sequestrato  è stato prodotto tra il 26 luglio e il 26 novembre dello scorso anno.  Il responsabile dell’ufficio legale dell’azienda, Francesco Brescia, dunque  avrebbe consegnato ai custodi giudiziari una richiesta di immediata restituzione di quel materiale spiegando che quell’acciao non dovrebbe essere registrato come prodotto da sequestrare.