Lo scandalo della scogliera, il tesoro congelato della scu

S.Maria al Bagno

NARDO’ (LE)  –   Una ricchezza – enorme – congelata in riva al mare da quasi quattro anni. E ogni giorno che passa segna un’altra piccola sconfitta dello Stato, che non sa sciogliere questa matassa aggrovigliata, forse apposta forse no.

Un’attività economica che potrebbe produrre reddito e lavoro che invece si degrada, giorno dopo giorno.

È una storia, questa, che puntualmente si ripete: un tesoro strappato alla malavita a prezzo di indagini, processi, tempo, denaro è lì, fermo a marcire.

Una storia uguale identica ad esempio, a quella di un altro ristorante sul mare confiscato un po’ più a nord, sulla costa tarantina di San Pietro in Bevagna: lì il ‘Tutti Frutti’ apparteneva a Massimino Molletta, com’era chiamato il boss di Manduria, Massimo Cinieri. Confiscato anche quello, insieme al parcheggio antistante: ma mentre il ristorante andava in malora, il parcheggio venne affidato a un’organizzazione che le indagini riveleranno come poco raccomandabile, tanto che  – anche – su questo cadde l’amministrazione del Sindaco Paolo Tommasino.

Ma torniamo al tesoro in riva al mare di Nardò.

E questo è un tesoro vero: un ristorante che stando alle sentenze definitive, la scu gestiva in uno dei più spettacolari tratti di costa del Salento, a pochi metri dalle ‘Quattro Colonne’, con vista sullo skyline di Gallipoli. Un tesoro letteralmente congelato al momento della confisca: niente più si è mosso da quasi quattro anni a questa parte, da quando la Polizia vi mise i sigilli e chiuse il ristorante ‘La scogliera’ di S.Maria al Bagno, sul mare di Nardò.

C’è perfino ancora il caffè – congelato a maggio 2009 – confiscata struttura.

E’ un bel groviglio, quello de ‘La Scogliera’. Nel maggio 2009 il ristorante sul mare di Nardò venne confiscato ad Antonio Vito Cioffi che oggi ha 62 anni e all’epoca venne condannato per associazione a delinquere di stampo mafioso – l’uomo risultava collegato con il clan Padovano di Gallipoli e il clan Coluccia di Noha –  e traffico di droga.

Una confisca aggrovigliata da almeno tre nodi. Primo nodo: il ristorante è confiscato, ma Cioffi e i suoi familiari continuavano a viverci accanto. Guardate qui: a sinistra c’è il portone d’ingresso dell’ex proprietario, davanti c’è una pianta che nasconde i sigilli della Polizia di Nardò. Una presenza come dire? Ingombrante. E che forse, paradosso nel paradosso, ha fatto sì che la scogliera non ha seguito la sorte di quasi tutti gli altri beni confiscati che sono andati in malora, preda di vandali e saccheggiatori. Questo era il cuore – cucina perfettamente funzionale.

Il secondo dei nodi che aggroviglia la confisca del ristorante di Nardò però, sta nella stessa confisca. Ad oggi il Comune di Nardò, che dovrebbe essere il destinatario finale del bene, non sa se tutto il ristorante o meglio tutte le particelle su cui sorge, sia stato oggetto del provvedimento del Giudice. Perché pare che nel tempo intercorso tra il sequestro e la confisca alcune particelle siano passate agli eredi di Cioffi. L’unica parte sicuramente confiscata dovrebbe essere la grande sala ricevimenti. Di qui i camerieri – una sala enorme e perfettamente funzionale.

Su tutto il resto della struttura, incredibile a dirsi, c’è il dubbio che la confisca sia effettiva. Neanche la stessa Custode giudiziaria, la Commercialista Lea Vanzanelli, ha saputo dirci cosa sia stato effettivamente confiscato. E quindi di cosa lei stessa sia Custode giudiziaria. È confiscata la cucina? Forse no. È confiscato lo spazio esterno? Forse sì.

Ed era ampio anche lo spazio all’aperto – sul mare di Gallipoli.

E c’è infine il terzo nodo, quello dell’ipoteca che grava sul ristorante e che ne fa ancora un bene in gestione, ovvero nella disponibilità dell’Agenzia nazionale ai beni confiscati tramite la Prefettura di Lecce.

70.000 €, un’ipoteca non enorme, contratta da Cioffi prima della confisca e che ora ricade ovviamente, sul nuovo proprietario cioè lo Stato.

Molti Magistrati sostengono che sia una vera e propria tecnica, questa delle ipoteche, utile per mandare il bene confiscato all’asta, in modo poi che a ricomprarselo siano gli stessi sodali del malavitoso a cui era stato confiscato.

Stava capitando così a Torchiarolo, nella villa del cassiere della scu. Anche sulla villa di Tonino Screti pesava un’ipoteca, anche in essa il boss continuava ad abitare. E in quel caso ci volle un impegno straordinario delle Istituzioni, tutte, ma anche la disponibilità della Banca Popolare Pugliese – che era titolare dell’ipoteca – per sventare il rischio di vedere tornare quel bene confiscato nelle mani della scu.

Oggi, invece, la Custode giudiziaria non sa dirci neanche quale Istituto di credito sia titolare dell’ipoteca. Insomma, quell’impegno straordinario dispiegato nei campi di Torchiarolo, per ora, sul mare di S.Maria al Bagno non si è mai nemmeno visto.

Quella matassa aggrovigliata, forse apposta forse no, da tanti nodi lo Stato non la sa sciogliere da quasi quattro anni. E ogni giorno che passa lo dimostra un po’ di più.