Dopo l’incendio,7 anni di calvario rinasce a Campi salentina

Daniela Vitolo

CAMPI SALENTINA (LE) –  E’ nel Salento per riconquistare la speranza di una vita normale. Quella che al momento, pare possa essere trovata solo qui. La storia di Daniela Vitolo ha fatto il giro d’Italia, ha scatenato appelli e reazioni, fino a portare a due interrogazioni parlamentari, una delle quali discussa proprio nelle scorse ore e che hanno riacceso i fari sul suo caso e sul Centro IMID di Campi salentina.

Lei, 29enne di Angri, nel salernitano, era studentessa di Pittura nell’Accademia di Belle Arti di Napoli, nel 2005, quando un mix di acidi scatenò un incendio nel laboratorio di stampa tipografica, inondando l’aria di sostanze chimiche.

Daniela era lì ed è da allora che la sua vita cambia radicalmente. Ha vissuto in una casa tappezzata di fogli d’alluminio per poter alleviare la sua astenia, la mancanza di equilibrio. “Ho toccato il fondo più volte”, ci dice ora seduta sul letto di una stanza delSan Pio da Pietralcina’.

Nel 2009, nell’ospedale ‘Malpighi’ di Bologna, le hanno detto che è un MCS, ha cioè una sensibilità chimica multipla, per cui quando respira o ingerisce determinate sostanze il suo corpo ha forti reazioni, tanto da non riuscire neppure a bere e mangiare i 4 alimenti di cui può nutrirsi: miglio, riso perlato, olio e uova sode.

Malattia la sua, però, per cui non esiste cura e non esiste riconoscimento a livello nazionale.

Da 4 mesi il suo sollievo lo ha ritrovato a ‘San Leo’, in un agriturismo sui monti campani in cui vive isolata tra castagneti, lontana da pesticidi, smog, elettrodomestici. E da una settimana sta trovando risposte di cura a Campi, nel Centro diretto dal Dottore Mauro Minelli. L’unico in Italia, ora, attrezzato per intervenire su casi come quello di Daniela.

Insiste lei sul riconoscimento della malattia, che toccherebbe circa 5.000 persone in Italia. Se ci fosse, questo, consentirebbe a un Centro come IMID di attrezzarsi di medici, ricercatori, potendo aumentare le degenze, che qui, al 4° piano dell’ex ospedale, sono massimo 12, per i casi di MCS solo una.

L’interrogativo, al di là della storia di Daniela, rimane lo stesso, disarmante nella sua ovvietà: se le potenzialità ci sono, se le competenze e gli spazi non mancano, se Salento diventa sinonimo di eccellenza medica, perchè si continua a fare come si fa con i tartufi e a tenere coperta una struttura del genere sotto un manto di foglie e di terra?