L’Appello conferma: “Uccise suo marito, 27 anni di carcere”

Palazzo di giustizia

LECCE – Colpevole. E’ risuonato forte in aula per la seconda volta. La Corte d’Assise d’Appello di Lecce ha confermato la condanna inflitta in 1° grado ad Enza Basile: 27 anni di carcere per l’omicidio del marito Luigi Cera.

Sarebbe stata lei ad ucciderlo con un solo colpo sparato alla tempia a bruciapelo, il 15 giugno del 2004 nella loro abitazione di Taurisano.

L’impianto accusatorio del Sostituto Procuratore Stefania Mininni era stato riproposto appieno dal Sostituto Procuratore generale Francesco Agostinacchio, che il 1° ottobre scorso aveva chiesto la conferma della condanna.

Un delitto difficile da risolvere per gli investigatori. La stessa Basile inizialmente aveva cercato di farlo passare come un suicidio. Ma gli elementi indiziari gravi, precisi e concordanti basati su dati certi hanno spinto l’accusa a chiedere la conferma della condanna.

L’imputata, assistita dall’Avvocato Silvio Caroli, ha sempre sostenuto che era intenta a preparare il caffè, al piano inferiore dell’appartamento, nel momento in cui fu esploso il colpo di pistola e di non aver udito l’esplosione. Ma inspiegabilmente, dopo aver cercato di soccorrere il marito, avrebbe chiesto aiuto dicendo che l’uomo era caduto dalle scale. Giunti sul posto i sanitari del 118, si accorsero immediatamente che l’uomo presentava una ferita d’arma da fuoco e notarono la presenza della pistola in posizione incompatibile con un suicidio. La stessa donna, prima dell’arrivo dei Carabinieri, l’avrebbe fatta sparire. L’arma, una pistola calibro 22, fu poi trovata, dopo una lunga e attenta perquisizione, nella cassaforte dove la stessa Basile l’aveva riposta.

A questo si aggiungevano le inspiegabili escoriazioni sulle braccia della donna, compatibili, secondo l’accusa, con una possibile colluttazione avvenuta con la vittima, e le prove scientifiche: sul corpo della vittima, infatti, il Medico legale rinvenne un’impronta ‘a stampo’ della canna della pistola, che dimostrerebbe come la stessa fosse premuta contro la tempia in posizione perpendicolare alla testa. Anche la prova dello Stub (utile a rinvenire eventuali tracce di polvere da sparo) sulle mani di Cera che diede esito negativo.

La Corte, presieduta dal Giudice Giacomo Conte, ha anche condannato la donna al pagamento di un milione di euro di risarcimento danni a favore del figlio e del cognato, costituitisi parte civile con l’Avvocato Roberto Bray.