Legge ‘salva-cave’, riciclaggio grande assente

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LECCE – Vieni a scavare in Puglia, tanto è quasi gratis. Potrebbe essere riassunta così la legge che è in discussione a Bari, nel silenzio generale e da cui dipende il volto della campagna salentina e anche la salute di tutti noi. È la legge sulle attività estrattive, le cave che giorno dopo giorno si mangiano una porzione sempre più importante di territorio. È prevista per lunedì la prossima tappa nella discussione di una legge che, nonostante qualche passo in avanti, rischia di rappresentare una grande occasione sprecata. Perchè nel braccio di ferro tra ambientalisti e industrialisti hanno – di fatto – vinto questi ultimi e soprattutto perchè nulla viene previsto sulla vera grande risorsa, il riciclo. Qualche numero, partendo dalla provincia di Lecce: qui sono 104 le cave autorizzate, con l’estensione media più alta di tutta la Puglia, come rileva lo stesso report regionale. Ma a cosa servono questi 104 buchi che si mangiano le colline e divorano il sottosuolo? 70 di esse producono inerti, cioè materiale che viene frantumato per fabbricare cemento e calcestruzzo. Ovvero lo stesso materiale che oggi buttiamo in abbondanza. Quando va bene, legalmente in discarica. Quando va male, abusivamente in campagna.

“Vedo ancora tante imprese e tanti cittadini che scaricano abusivamente gli scarti delle demolizioni ovunque, contro ogni legge e contro l’ambiente e la salute” a dirlo è Rocco Carangelo, titolare di un’impresa tra Taurisano e Acquarica: terra di cave per eccellenza, dove le vecchie cave svuotate e abbandonate nella seconda metà del secolo scorso, ad est della provinciale hanno creato un paesaggio lunare. E dove è attiva e in esercizio un’enorme cava ancora ad ovest della stessa strada. Enormi buchi che consumano il suolo, risorsa limitata che ci stiamo giocando giorno dopo giorno. Eppure una soluzione diversa e virtuosa, un altro modo di reperire la stessa risorsa ci sarebbe ed ha a che fare proprio con l’attività di Carangelo, un’impresa di riciclaggio inerti.

“Noi recuperiamo gli scarti di demolizione, ma anche gli scavi dalle fondazioni di nuovi edifici – spiega – facciamo la selezione, eliminiamo le eventuali impurità presenti e approntiamo nuovi materiali che possono essere utilizzati nelle nuove costruzioni”. Qualche altro numero: nel 2010 in Italia sono stati estratti 130 milioni di metri cubi di materiale per produrre calcestruzzo e cemento. E nello stesso 2010 sono stati prodotti 55 milioni di metri cubi di scarti dall’edilizia. Una ricchezza enorme che buttiamo in discarica (quando va bene) o abbandoniamo nelle campagne (quando va male). E che potrebbe essere invece investita per limitare la voracità delle cave. Senza contare che poi quegli enormi buchi, alla fine della loro vita, vanno chiusi: “In Puglia – calcola Legambiente – le cave dismesse sono 550, una volta e mezza le cave attive. E troppo spesso in quei buchi si annidano le discariche abusive o le attività dell’ecomafia. Anche a questo possono servire gli scarti dell’edilizia”. “Il ripristino, l’ambientalizzazione e la messa in sicurezza delle vecchie cave è molto importante – aggiunge Carangelo – il materiale prodotto dagli scarti dell’edilizia può servire perfettamente anche a questo, a creare passeggiate e spazi verdi al posto di questi squarci”.

Belle, bellissime parole. Ma nella pratica? Qui arriviamo al disegno di legge sulle attività estrattive, che verrà approvato lunedì prossimo nelle Commissioni regionali industria ed ecologia. Una norma che – va detto – prevede un passo avanti: fino al 2010 scavare in Puglia era a costo zero, nel 2011 è stato approvato un primo regolamento che prevede un costo di estrazione al metro cubo, seppur minimo. Una sorta di “tassa di estrazione” confermata anche nel disegno di legge in discussione. È una  vittoria delle associazioni ambientaliste, Legambiente in primis, che hanno stoppato l’intenzione della Regione di far pagare i cavatori ad ettaro coltivato e non a metro cubo cavato. Ma una vittoria dimezzata, come spiega Francesco Bartucci, geologo di Legambiente Puglia: “Perchè si paga ancora troppo poco – dice – e manca soprattutto un anello, quello del recupero degli scarti dell’edilizia”. Su questo fronte, infatti, la nuova norma non dice niente: “Né la Regione – aggiunge il geologo – ha accolto la proposta di autorizzare nuove cave solo dove non sono presenti impianti di recupero inerti”. Vale a dire che tra Taurisano ed Acquarica, ad esempio, non si potrebbero aprire nuovi crateri (oltre ai tanti già scavati), ma si dovrebbe far funzionare il ciclo virtuoso del riciclaggio. “Con le tariffe che verrebbero approvate dalla nuova legge, conviene più scavare pietra vergine che riciclare gli inerti – riassume Bartucci – eppure non ha senso cavare nuovo materiale per frantumarlo quando sono già disponibili gli scarti, per lo stesso uso”. E il paradosso finale, in tutto questo, è che una legge nazionale esiste da quasi dieci anni e obbligherebbe tutti gli enti locali a usare almeno il 30 % di materiale riciclato nelle nuove costruzioni.

“E’ materiale perfetto per i sottofondi stradali – esemplifica ancora Carangelo – ma anche per la tombatura di discariche, per la colmatura di vecchie cave e (con i dovuti trattamenti) per tutte le opere di edilizia: il materiale ci sarebbe, serve maggiore attenzione”. Di attenzione da parte degli enti locali, evidentemente, non ce n’è tanta. Sulla carta (il decreto 203 del 2003) il materiale riciclato da impiegare nelle opere pubbliche dovrebbe essere il 30 %. Nella pratica, la percentuale è prossima allo zero. E anche nella nuova legge rimane lettera morta quel decreto del 2003, firmato dal Ministro dell’ambiente, da quello dell’industria ma anche – attenzione – dal Ministro alla sanità: perchè limitare le cave al necessario e impedire che le discariche abusive inquinino le campagne è un affare che riguarda la salute di tutti. Ma che, evidentemente, cozza contro un altro affare, quello della potente lobby del cemento e delle cave. Quest’ultima lamenta un calo degli utili. Innegabile: siamo lontani dai livelli stellari del 2008, quando le cave di Puglia fatturavano 234 milioni di euro. E però, nell’ultimo censimento, il comparto continua a valere 143 milioni. Qualche sforzo in più a favore dell’ambiente e della salute, la Regione – tutto sommato – potrebbe chiederlo.

di Danilo Lupo