A Casarano è morto il ‘900

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È morto un secolo in quella villa costruita da mesciu Ucciu, il calzolaio diventato cavaliere, sulla collina della Campana a pochi metri da quelle dei grandi proprietari terrieri di Casarano. Era un simbolo del potere che si era spostato, dal feudo alla fabbrica, come suona il titolo dato al suo libro da un avversario che lo combattè ma lo rispettò come Mario Toma.
Piero Montinari, l’attuale presidente di Confindustria Puglia, mi ha raccontato della prima volta che andò alla Filanto (che allora contava oltre tremila operai) e ci dovette arrivare attraverso una strada sterrata, in mezzo al deserto. Se non si capisce la distanza dello Stato da questa esperienza, non si comprende neanche l’impresa titanica del calzolaio diventato industriale senza rinunciare al suo dialetto.

E non si capisce neanche l’impermeabilità della grande fabbrica ai sindacati, che non veniva solo dal padrone, ma anche dalle maestranze: furono gli operai a stendere quel manifesto dal titolo “lasciateci lavorare” quando negli anni ’70 sindacalisti e dirigenti politici cercavano di entrare in fabbrica. Fallirono: i sindacati ci sono entrati vent’anni dopo, con la crisi, per certificare il declino di quell’esperienza e di un modello da “cinesi d’Europa” messo in ginocchio dall’ingresso dei cinesi veri nella concorrenza globale.

Ma tutto questo non è che teoria economica e non spiega perché in un sabato sera soffocante, tre ore dopo la morte di mesciu Ucciu, a guardare verso la villa illuminata sulla collina della Campana ho contato qualcosa come duecento casaranesi. Non può essere (più) sottomissione, dato che oggi nella fabbrica ci lavorano forse 300 persone: magari è la consapevolezza che se n’era andato colui che aveva tirato fuori dall’economia agricola (che ora mitizziamo, nel ricordo, ma che allora significava povertà e fame) Casarano e un pezzo di sud Salento.

C’è tanto da rimproverare a Antonio Filograna: non dimenticherò mai quella volta in cui andai a trovare il mio compagno di classe delle medie e trovai lui e tutta la sua famiglia che cucivano tomaie sul tavolo della cucina, le sue mani da bambino che si muovevano velocissime su quei pezzi da consegnare all’assemblaggio. C’è stato nero e c’è stato grigio, in quella grande esperienza industriale che è nata se non “fuori” dallo stato, praticamente “accanto” ad esso: ci sono state doppie buste paga, una per l’ispettorato e una per l’operaio; c’è stato un rapporto strumentale con la politica, tanto che la Filanto esprimeva sindaci e deputati e ricambiava in voti e consenso; c’è stata, infine, una concezione paternalista della fabbrica che in parte resiste ancora oggi.

Ma sarebbe cieco negare che i mutui sono stati pagati con gli stipendi che uscivano dalla sua fabbrica, che c’era un’alternativa alla sottomissione politica per avere il posto in ospedale o alla schiavitù dei campi, che quello era un pezzo di economia vera nata senza l’assistenzialismo dello stato (anche se poi ne ha largamente beneficiato). Che quando la Romania prima e l’India poi hanno messo in crisi il modello da “cinesi d’Europa” della Filanto, il calzolaio diventato cavaliere non ha chiuso la fabbrica e finanziarizzato le sue attività (come pure qualche manager molto vicino gli consigliava) per rifugiarsi nel suo albergo vista mare, ma viceversa ha impegnato l’albergo a garanzia della fabbrica. Che l’epopea della Filanto, la grande industria di scarpe nata in un luogo dove non c’erano né materie prime, né esperienza imprenditoriale né sapienza operaia rappresentava il paradosso del calabrone: troppo pesante rispetto all’ampiezza delle sue ali per poter volare, ma lui non lo sa e vola lo stesso. Che la storia di mesciu Ucciu è quanto di più vicino all’american dream che questa terra innaffiata di contraddizioni sia riuscita a partorire e che la forza dell’imprenditore stava anche in quel rapporto viscerale dell’uomo con la sua comunità, in quel carisma bisbetico che strapazzava indifferentemente deputati e operai, in quel volo del calabrone dal feudo alla fabbrica declinato alla fine del secolo scorso e terminato nel letto della villa sulla Campana.

Sì, sabato scorso è morto un protagonista – nel bene e nel male – di quel concetto novecentesco che chiamiamo “sviluppo”. E con la sua morte, anche a Casarano, il ‘900 è finito.